In sociologia esiste un fenomeno chiamato “agenda setting“. Grazie all’utilizzo della nebbia mediatica, i piani alti non decidono cosa devi pensare, un imposizione “violenta” che finirebbe per risvegliare il nostro pensiero critico nonché la capacità di scegliere consapevolmente. Piuttosto essi hanno il potere di stabilire A cosa devi pensare: la semplice aggiunta di una proposizione la quale, però, trascina con se una prescrizione nascosta che il libero arbitrio, invece, lo addormenta: riescono silenziosamente a guidare le nostre priorità, e di conseguenza i dibattiti che ne derivano, sino ad annullarli. Una volta anestetizzate, le coscienze sono più malleabili e facilmente raggirabili, perché, si sa, la manipolazione più spietata è quella in borghese. E se ci viene ripetuto in continuazione che la Storia è maestra, significa che il nostro Paese dalla Società di Massa ci ha ricavato poco e nulla.

Perciò, nel caso abbiate acceso la tv e trovato la Prova del Cuoco al posto del telegiornale, mentre l’Italia si sta sgretolando, ecco a voi un sunto di quel che sta succedendo: che il Sud si stia mobilitando questo è sotto gli occhi di tutti, ma il perché lo stia facendo, forse quello un po’ meno. Le manifestazioni di protesta puntano ad ottenere l’introduzione di un calmiere per il costo del diesel, la riduzione dei costi autostradali e l’erogazione dei fondi di sostegno inizialmente promessi a maggio, i quali avrebbero dovuto garantire un credito d’imposta da circa 300 milioni di euro per attutire l’impatto dei rincari energetici. Tali stanziamenti sono stati cancellati subito dopo un vertice governativo a Palazzo Chigi e tutt’ora non se ne vede l’ombra.

Nel medesimo periodo è venuta meno anche la seconda misura di protezione predisposta dall’esecutivo a beneficio dell’intera collettività: la riduzione delle accise– imposte indirette che si applicano sulla fabbricazione, sulla produzione o sulla vendita di specifici beni di consumo – le quali hanno subito un’impennata a causa del conflitto in Iran. Per compensare tale instabilità, il Consiglio dei Ministri e il MEF erano intervenuti con ripetuti tagli, stabilendo quote fisse per litro in modo da contenere i prezzi finali di vendita. Si è trattato però di un’agevolazione economicamente insostenibile per le casse pubbliche; per tale motivo, anziché procedere con ulteriori proroghe legislative, a settembre era previsto il passaggio ad un sistema meno oneroso: le accise mobili. Il loro funzionamento prevede che all’aumentare del prezzo del diesel cresca di pari passo anche l’importo dell’IVA incassata dalle finanze pubbliche su ogni singolo litro. Il progetto originario mirava a reimpiegare questo surplus di IVA imprevisto per decurtare le accise, permettendo alla Repubblica di mantenere in pareggio il bilancio tra le due voci.

Eppure, a cinque mesi dal termine di quel regime di sconti, di questo provvedimento ancora nessuna traccia di una possibile emanazione. In seguito a qust’ulteriore inadempimento da parte del Governo, da un giorno all’altro le accise sul gasolio sono tonate piene, il prezzo del carburante al distributore è salito alle stelle e gli autotrasportatori, che in primavera avevano accettato di aspettare, non hanno visto nemmeno col binocolo le risorse promesse su cui avrebbero dovuto far affidamento. DOVE SONO FINITI QUESTI SOLDI?

Comprare 1 litro di gasolio adesso costa 2,25 €; di questi, circa 0,67€ sono le accise fisse, a prescindere da quel che sia il prezzo, che lo Stato ha applicato ad ogni litro di gasolio (queste sono aumentate rispetto al 2025, prima della crisi di Hormuz in modo da allinearle a quelle della benzina.) In più vi sono da considerare altri 0,40€ per le tasse imposte dall’IVA al 22%. Facendo qualche calcolo, rimane 1,17€, il prezzo del gasolio vero e proprio, ossia il valore del prodotto raffinato, del suo traporto e del margine di chi lo vende.

Il 5 ottobre l’ultimatum dello sconto è giunto al termine, ma il decreto che doveva far diminuire le accise non è stato pubblicato e di conseguenza non solo queste sono ritornate piene, ma l’extragettito IVA se lo sta tenendo in tasca la nostra Amministrazione Pubblica. Per replicare a ciò si potrebbe obiettare che la categoria degli autotrasportatori beneficia di aliquote agevolate rispetto alla generalità dei guidatori. Per i veicoli industriali con massa superiore alle 7,5 tonnellate, e di recente immatricolazione, effettivamente lo Stato prevede un rimborso dell’intera quota di accisa che eccede la soglia di 0,40 € al litro, il che si tradurrebbe in un recupero di circa 0,27 € per ogni litro quando i tributi sono al massimo. Le contestazioni attuali, tuttavia, evidenziano come questa facilitazione non operi tramite una riduzione immediata alla pompa di benzina, bensì attraverso una compensazione fiscale cumulativa su base trimestrale erogata solo dietro apposita istanza e per di più come uno sgravio sulle tasse future anziché come liquidità monetaria. Se una simile gestione finanziaria risulta sostenibile per le grandi imprese di spedizione, con alle spalle solidi assetti logistici, non lo è affatto per i piccoli padroncini, costretti ad anticipare alla Nazione migliaia di euro ogni tre mesi.

La vera radice del problema emerge in tutta la sua chiarezza. Non si tratta soltanto di tetti ai prezzi, indennizzi periodici o complessi meccanismi sui tributi flessibili. Il nodo cruciale che paralizza il Paese e schiaccia il potere d’acquisto delle famiglie è la necessità improrogabile di alzare gli stipendi. Senza un adeguamento strutturale dei salari al reale costo della vita e agli aumenti energetici, qualsiasi bonus o sgravio temporaneo rimarrà solo un palliativo insufficiente, incapace di restituire dignità al lavoro ed una solida prospettiva di futuro.

Non è di mia competenza parlare di numeri e percentuali, ma mio dovere informavi, perciò se non ci pensano gli enti appositi, ci tocca farlo da soli per non rimanere estranei al nostro presente ed ignari di tutto, come del resto la lottizzazione dei media ci ha sempre voluti.

Tra le promesse rimangiate si respira la stessa identica rabbia sorda di chi vive ai margini, schiacciato da decisioni calate dall’alto e raccontate come se nulla fosse, mentre la pentola a pressione continua a caricarsi senza che nessuno nei palazzi muova un dito per evitare lo scoppio. È il racconto di un sistema che finge di non vedere e tira avanti all’infinito ripetendosi che “fino a qui tutto bene“, senza comprendere che “il problema non è come cadi, è come ti schianti“. Eppure, proprio quando il finale sembra già scritto, smettere di essere spettatori passivi, fare rete e pretendere risposte diventa l’unica forza in grado di disinnescare l’impatto e rimettere in discussione la traiettoria.

 

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