“Incredibile la risposta di un pubblico che abbraccia tante generazioni”

queste le parole della giornalista Rai Eleonora Daniele che riecheggiano nel Chiostro Grande della Certosa di San Giacomo. La suggestiva location la vede alla conduzione della 31esima edizione del Premio Faraglioni Capri International, ideato, prodotto ed organizzato da Capri Arte dei fratelli Aldo e Bruno sin dal 1994. La nuova generazione dei Damino raccoglie un’eredità che mette al centro il confronto continuo tra espressione artistica e identità locale, proiettando il fascino e la storia di Capri sulla scacchiera internazionale, ben oltre i suoi confini. Domenica 30 agosto 2026: quest’anno il palco lascia spazio al carismatico magnetismo di Toni Servillo, celebrandolo come ambasciatore del cinema e del teatro nel mondo.

La serata si apre con il filmato-omaggio sulla straordinaria carriera teatrale e cinematografica dell’attore: nato ad Afragola e cresciuto a Caserta, Toni Servillo muove i primi passi nell’oratorio salesiano per poi fondare il Teatro Studio negli anni Settanta. Nel 1986, dall’incontro con Mario Martone, nasce la storica esperienza della compagnia Teatri Uniti. Il debutto al cinema avviene nel 1992 con Morte di un matematico napoletano di Martone, regista con cui firma anche Rasoi, I vesuviani e Teatro di guerra. Parallelamente importanti allestimenti di prosa come Il misantropo, Tartufo e la Trilogia della villeggiatura, per poi esordire nella lirica alla Fenice con Una cosa rara e curando opere come Le nozze di Figaro, Ariadne auf Naxos, L’italiana in Algeri, Fidelio e Boris Godunov. Nel 2001 l’incontro con Paolo Sorrentino in L’uomo in più avvia un sodalizio fondamentale, proseguito con Le conseguenze dell’amore, che gli vale il suo primo Nastro d’argento. Dopo le prove in Luna rossa di Capuano e La ragazza del lago di Molaioli (altro Nastro d’argento), il 2008 segna la svolta con Gomorra di Garrone e Il divo di Sorrentino, ruolo che gli garantisce il terzo Nastro d’argento. Negli anni successivi recita in Una vita tranquilla, Noi credevamo, Il gioiellino, È stato il figlio di Ciprì e Bella addormentata di Bellocchio, mentre a teatro trionfa dirigendo ed interpretando i capolavori eduardiani Sabato, domenica e lunedì e Le voci di dentro. La consacrazione mondiale giunge nel 2013 con l’interpretazione di Jep Gambardella ne La grande bellezza di Sorrentino, film vincitore dell’Oscar, per cui riceve anche il Nastro Straordinario dell’anno. Seguono le commedie Viva la libertà e Lasciati andare, fino al thriller L’uomo del labirinto accanto a Dustin Hoffman. Riconosciuto dal The New York Times tra i migliori attori del XXI secolo, negli anni più recenti impersona Papa Paolo VI in Esterno notte di Bellocchio e Luigi Pirandello ne La stranezza di Andò, fino al ruolo di protagonista ne La grazia di Sorrentino, premiato con la Coppa Volpi a Venezia.

Seguono poi i tributi musicali, quello della cantautrice jazz Simona Molinari e quello del duo comico-musicale delle Ebbanesis (Serena Pisa e Viviana Cangiano) che ha dedicato all’attore alcuni brani tratti dall’adattamento in chiave napoletana del Così fan tutte di Mozart. A questo punto Servillo delizia il pubblico con tre celebri testi teatrali della tradizione napoletana: Lassamme fa’a Dio noto anche come ‘A mappata di Salvatore di Giacomo, De Pretore Vincenzo di Eduardo De Filippo e Fravecature di Raffaele Viviani: il fil rouge di questa triade è senz’altro il viscerale rapporto del popolo napoletano con la povertà, la morte e l’aldilà inteso non in modo cupo, ma come un dialogo continuo con il divino; nelle tre opere i protagonisti sono anime di nullatenenti e diseredati che parlano in modo diretto, ironico o disperato con la figura di Dio, di Gesù o dei Santi, cercando qualche forma di giustizia, riscatto o misericordia, che non hanno evidentemente trovato sulla terra. Pur condividendo lo stesso cuore pulsante, i tre autori affrontano il tema con toni, stili ed ambientazioni profondamente diversi: nel primo componimento la prospettiva è puramente lirica, metafisica, ed universale, di Giacomo usa una lingua nobilissima per muovere a compassione il Padreterno di fronte alla sofferenza umana. Nel secondo il dramma si mescola alla commedia dell’ironia tipicamente eduardiana, dialogo teatrale stridente ed antropologico, dove il paradiso viene visto quasi come un tribunale o un ufficio umano in cui trovare una raccomandazione. Rispetto alla poesia di Di Giacomo e alla commedia di De Filippo, il testo di Viviani è intriso di realismo sociale ed espressività sanguigna, non ci sono sogni bucolici o furbizie divine, ma la voce nuda e cruda dei lavoratori della strada, con un ritmo drammatico che denuncia sfruttamento e dignità delle classi più povere.

Durante il dibattito guidato dalla conduttrice, prima della consegna ufficiale del premio da parte del sindaco Paolo Falco, il racconto di Servillo restituisce la memoria di un’epoca in cui il cinema italiano sapeva sperimentare e rinnovarsi: un viaggio tra aneddoti di regia, la ricerca dietro la genesi dei suoi personaggi e l’essenza stessa del lavoro attoriale. Alla domanda di Eleonora Daniele su quale consiglio darebbe ad un giovane che vuole intraprendere la sua stessa carriera, Servillo risponde sottolineando come questo mestiere non vada inteso sotto le vesti di un semplice inserimento nel mercato, né tantomeno in qualità di un percorso guidato da decisioni altrui, bensì è da proiettare nell’ottica di un un sogno, accompagnato senz’altro dall’istruzione, da coltivare con dei coetanei: ci ricorda che il teatro è un lavoro di squadra sostenuto anche da chi lavora nell’ombra, per cui guarda con ammirazione ed onore ai grandi maestri che gli hanno permesso di diventare quel che è e, se son questi a dover fungere da esempio all’attore, sta a quest’ultimo il compito di non limitarsi solo a tale esempio in una dimensione emulativa, ma aprirsi al confronto. Ripensando alla propria esperienza con la sua compagnia Teatri Uniti, Servillo ha evidenziato il valore della reciprocità, dello scambio di idee, del dialogo aperto: “Io ho misurato i miei limiti sulle capacità dei miei amici e loro hanno misurato le proprie capacità sui miei limiti e questo è l’insegnamento più bello che ti dà il teatro, e ti dà quella passione e quella spinta per cui tu all’inizio non pensi che sia un lavoro e poi lo diventa nel tempo, lentamente, e se mantieni questo modo di approcciarti a questo mondo, questo mestiere lo fai con entusiasmo e non come se fosse un mercimonio.”

“La parola successo assume una sua relatività per lasciare spazio a termini come senso, necessità, vero, piuttosto che falso”.

“C’era un giovane attore francese del secolo scorso che si chiamava Louis Jouvet. Forse qualcuno di voi lo ricorderà. É stato uno dei più grandi attori di teatro francese e cinema ed è stato anche un grande insegnante. Insegnava al conservatoir di Parigi e ad un giovane ragazzo che doveva entrare in scena ad esibirsi per il saggio di fine anno, Jouvet, che gli stava alle spalle, gli chiese: «Hai paura?» e questo ragazzo gli disse: «No» e lui disse: «Arriverà, con il talento»”. Un concetto questo che si sposa perfettamente con la visione teorica del regista teatrale tedesco Erwin Piscator per cui un attore non impegnato è un controsenso, rispetto alla pienezza di verità del teatro: ciò significa che qualunque ruolo interpreti, l’attore deve avere una visione complessiva di cosa questo rappresenti, di cosa rappresenti lui nell’interpretarlo e di cosa significhino per lui le azioni, così come gli attori ogni macchinista, ogni tecnico delle luci, ogni scenografo, ogni costumista deve avere un punto di vista complessivo ed integrato. È questa l’ensemble: tutti sono uniti nel significato dello spettacolo, tutti lo condividono e sono in grado di dargli lo stesso senso, ma non è possibile dare alcun senso se non si possiede un punto di vista, se ciascuno, da parte sua, non ha qualcosa da dire. Servillo conclude:“Nel teatro chi si propone e chi ascolta si pongono nella dimensione di condividere lo stesso tempo […] L’attore ha la responsabilità di scavare nel proprio tempo e nel tempo degli attori per rendere quei momenti unici, unici nel senso che non torneranno più ed è ciò che mi affascina ancora moltissimo di questo mestiere”.

Miriam De Angelis

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