“Prima che il vuoto tutti ci divori”, ti diciamo Grazie, Maestro Gigi Proietti

Non finiremmo mai di parlare del Grande Maestro Gigi Proietti che ci ha recentemente lasciati. Lo facciamo con uno dei suoi "Cavalli di Battaglia": Questo amore recitata dall’attore nel 2000 nella trasmissione “A me gli occhi”.

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Immenso. Gigante. Unico. Mattatore. Geniale. O forse semplicemente: Maestro.
La scomparsa di Gigi Proietti, nel cupo tempo delle distanze accentuate dalla pandemia e dal virus che non ci lascia fiatare, ci ha sconvolto. E Prima che il vuoto tutti ci divori proviamo a non dimenticarlo (esercizio impossibile, per quanto il web ha riproposto e continuerà a riproporre sketch, barzellette, stornelli, pezzi in prosa, spezzoni di film e serie tv) con uno dei cavalli di battaglia, come avrebbe detto lui, composto da Roberto Lerici nel 1976 per il suo spettacolo A me gli occhi, please , spettacolo che ha cambiato il modo di fare teatro nel nostro paese. Questo è il nostro piccolo omaggio, il nostro grazie per un grande Maestro.

Quest’amore, quest’amore, quest’amore.
Quest’amore malato, denutrito,
fatto di parole smozzicate;
quest’amore usato, digerito,
buttato in pasto al popolo ignorante,
come fosse una cosa interessante;
quest’amore corrotto dalla noia
dei grandi amatori della storia,
masticato da cento letterati,
vomitato da principi prelati;
quest’amore che accoglie, che perdona,
fatto per gente dalla bocca buona,
è un amore di fradicia letizia,
che assolve tutto, pure l’ingiustizia;
quest’amore sciancato, deficiente,
sbattuto sulla faccia della gente
come l’osso al cane disperato;
quest’amore scarnito, rosicchiato,
coi suoi stracci di corpo denudato;
quest’amore di cui si parla, tanto
celebrato con tutte le grancasse,
quest’amore è disceso tra le masse,
elargito per grazia del potere
perché tutti ne possano godere.
È un amore deforme, malandato,
generato dal vecchio capitale,
fra le cosce del mondo occidentale.
Per quest’amore è meglio non cantare,
perché non c’è una musica che tenga
e questa mia canzone sgangherata
non so nemmeno cosa la sostenga.
Avessi almeno la grazia più scollata,
di una puttana sola, disperata,
piuttosto che la facile mania,
il fascino merdoso, di questa borghesia.
Ma quell’amore che era una certezza,
s’è assopito con l’ultima carezza,
ha piegato pian piano le sue foglie,
rinunciando, per ora, alle sue voglie.
L’anima mia per questo s’è ammalata,
non sogna più e resta addormentata.
Prima che il vuoto tutti ci divori,
che venga, venga presto,
il tempo in cui ci si innamori.

 

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