Sanremo 70 (e il resto scompare)

Un festival nato in un mare di polemiche e concluso con un oceano di punti di share e ascoltatori incollati alla tv e alle piattaforme social. Il Sanremo 2020 consacra la kermesse canora come evento globale, catalizzatore unico di musica ed emozioni

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Ci sono Festival che segnano delle epoche, e aprono a dei cambiamenti assoluti: le braccia alzate di Modugno, la morte di Luigi Tenco, il bacio di Benigni a Olimpia Carlisi, il look androgino di Anna Oxa, il Pippo Baudo “supereroe” di inizio anni 90, l’arrivo dell’onda dei talent.

Il Sanremo 2020 segna invece uno spartiacque importantissimo da non sottovalutare: dentro lo spettacolo ideato e condotto – magistralmente a onor del vero da Amadeus – la consacrazione definitiva della commistione col mondo dei Social, i soli tweet dedicati a Sanremo 70° sono stati oltre 2,7 milioni (dal 3 febbraio, giorno prima dell’inizio della diretta, all’annuncio del vincitore, alle 2.30 del 9 febbraio), senza dimenticare le interazioni su instagram e facebook.

E poi l’aspetto quasi teatrale delle esibizioni di quasi tutti i cantanti in gara: uno spettacolo nello spettacolo che ha portato Sanremo ad una condizione simila a quella che da alcuni anni, a maggio, vediamo all’Eurofestival. Una sorta di internazionalizzazione del prodotto di punta di casa rai. E non solo per le performance di Achille Lauro. Lo stesso discorso possiamo farlo per le esibizioni di Piero Pelù, Gualazzi, dei Pinguini Tattici Nucleari. Un tempo a sorprenderci era quando sul palco saliva Elio e le Storie Tese o ancora prima il surreale Francesco Salvi degli anni 80, quest’anno abbiamo avuto più proposte sceniche non per forza legate a brani cd. “leggeri”.

Capitolo a parte per la lunghezza delle puntate che hanno sortito l’effetto di sommarep iù punti di share e permettere di considerare questa edizione come la più seguita degli ultimi anni. Amadeus ha più volte ribadito che per raccontatare tutto quanto avesse in mente occorreva tempo. E Sanremo, da sempre messa cantata della tv nazionale, ha rotto gli schemi orari da quando è diventato spettacolo puro, ossia a inizio anni 90 con Pippo Baudo. E nonostante le critiche, i temuti boicottaggi alla fine tutti siamo rimasti incollati alla tv e ai supporti digitali per seguire la kermesse.

Vuoi lo stile rassicurante di Amadeus, il suo «non essere invasivo», la sua spontaneità che è piaciuta parecchio agli italiani, ai non italiani, a tutti. Vuoi la bravura di Fiorello ad essere spalle dell’amabile cazzeggio voluto da Ama, vuoi l’alternanza di momenti leggeri ad altri ben pensati e di riflessioni, amalgamati in modo perfetto da non scader nel banale, vuoi la congiuntura pazzesca per cui questo festival nato come “ordinario” (con un conduttore di casa rai dopo gli anni Baglioneschi) è diventato accentratore di polemiche infinite (e all’italiano il gossip piace sempre: dal “passo indietro”, alle scaramucce Fiorello – Ferro, al fattaccio Bugo e Morgan che ha portato all’esclusione della coppia dalla gare): insomma non ci si è mai annoiati.

E anzi, come sottolineato da Fiorello in una gag che poi tanto gag non era: per una settimana non abbiamo sentito parlare di Salvini e Zingaretti, nè di politica in generale o altri drammi nostrani.

E’ vero: se vuoi capire l’Italia, e gli italiani, con le loro mille contraddizioni e innovazioni, devi accendere la TV e guardare il festival.

Facciamo i complimenti a Diodato per la bella – e meritata, per il brano “Fai rumore” – vittoria. Un plauso a Francesco Gabbani per la conferma di un talento nato a Sanremo e non nei talent show (rarità), e – in quota indie – ai Pinguini Tattici Nucleari per la ventata di fresca novità.

Poi ognuno di noi custodirà nel cuore il proprio pezzo, da cantare sotto la doccia, ascoltare in treno o nelle pause di studio  o di lavoro. Su questo il Festival di Sanremo, da 70 anni a questa parte, non è mai cambiato.

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