Libri. Il Vesuvio universale, dialogo aperto con Maria Pace Ottieri

Un singolare spaccato della moderna società vesuviana intriso di storia, cultura e vicende umane

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Un racconto appassionante, a metà fra il meravigliato e il disilluso, talvolta sferzante talvolta con toni di elogio. Ironia, apprezzamento della storia locale e ricchezza di particolari fanno parte del libro Il Vesuvio universale (Einaudi) che proprio ieri sera, presso la libreria Ubik di Vico Equense, la scrittrice milanese Maria Pace Ottieri ha descritto al pubblico costiero. Accompagnata nella moderazione dal prof. Salvatore Ferraro e nel reading di alcuni passi salienti del racconto a cura di Giovanna Starace, l’autrice fa emergere un carattere pregnante della sua personalità, che connota l’intera sua opera: l’essere per metà una meridionale d’adozione.

Aprendo infatti con la descrizione del Vesuvio visto dai non lontani Campi Flegrei – anno in cui il padre di Maria Pace Ottieri era a lavoro a Pozzuoli – i capitoli del libro si snodano attraverso un affascinante viaggio fra storie, persone e luoghi comuni delle tantissime cittadine arroccate alle pendici del vulcano “che gli abitanti spesso ritengono spento, forse come consolazione o rimozione” (cit.) del pericolo imminente. Il versante nord, quello che guarda direttamente verso Napoli ovvero la parte che conta la più alta densità abitativa della zona provinciale; il versante sud, ossia quello a ridosso dell’agro nocerino sarnese; infine la parte di hinterland napoletano che corre lungo la costa vesuviana, includendovi la stessa Pompei distrutta dall’eruzione del 79 d.C. – evento storico ricostruito in maniera pregevole dal grande Alberto Angela. Nel libro c’è un po’ tutto, dalla storia delle prime eruzioni fino all’età moderna, da quando la lava seppellì città intere come Ercolano, Oplonti, Stabiae e appunto Pompeii. I nomi delle città sono in buona parte mutati, le persone invece continuano a sottovalutare il pericolo del Vesuvio, in stato quiescente da decenni, monitorato da scienziati e vulcanologi. Quello che è chiamato appunto ‘il tempo della terra’ rappresenta solo una faccia della stessa medaglia. Perchè poi, complice il viaggio in Circumvesuviana e l’attraversamento del versante più urbanizzato del gran cono vesuviano, dall’autrice emerge con distacco ma con meraviglia al tempo stesso una sorta di disappunto per l’eccessiva edificazione del territorio. Una terra sede di un Ente Parco, più volte bistrattato dalle cronache all’epoca delle discariche, della terra dei fuochi – non molto distante da qui – e degli incendi che nella già rovente estate 2017 affollarono le cartoline del gigante ferito dalla scelleratezza umana, ancora una volta.

Ma oltre le vicende nefaste, legate spesso ad interessi camorristici o alla semplice ignoranza di pochi, ecco che emerge dal racconto del Vesuvio universale quella buona dose di ammirazione da parte di chi scrive, verso quella terra che da agricola quale era divenne industriale. Ciò a proposito del versante nord con l’Alfa Sud di Pomigliano, d’epoca fascista; ciò anche nel raccontare la sensazione degli abitanti di Somma Vesuviana di sentirsi un po’ come ‘il Vomero del Vesuvio’ (cit.); le albicocche e le pregiate colture delle pendici del Monte Somma – la gobba visibile da nord appunto – aprono alla parte più nostalgica del passato agricolo. Ricordiamo infatti che qui, attorno al grande cono, vengono coltivati i celebri pomodorini del piennolo, il vino Lacryma Christi del Vesuvio, ortaggi, frutta e tanto altro che purtroppo venne portato alla ribalta delle cronache nere legate ad un concetto di Campania amplificato in maniera forzata.

Somma Vesuviana viene descritta anche come la via del baccalà, con storie come quella di Tonino o’ Stocco, su cui la Ottieri si sofferma nel corso della sua presentazione. Altro non è che un pesce in duplice variante del merluzzo, salato e cotto poi a seconda che sia stoccafisso o baccalà. Pescherie e speziali vari ne vendono a gogò qui in zona, mentre è a proposito della fascia costiera che viene ricordata la storia di questi luoghi e del lavoro che c’era in epoca borbonica, parlando di Torre Annunziata con le fabbriche di spolette, la Real Polveriera e l’industria bellica in generale. Poi Torre del Greco, patria del corallo ma scenario del tragico fallimento nel 2005 della Deiulemar spa – il crack finanziario che ha demolito le speranze di tantissime famiglie legate all’impresa di commercio marittimo. Ercolano e Portici, dal canto loro, subentrano quale parentesi storica e culturale legata a doppio filo con la vecchia nobiltà del Regno borbonico, dalle ville del Miglio d’oro alla gran reggia di Portici, affacciata sul pittoresco porticciolo del Granatello – che l’autrice battezza come Granatthan evocando le costruzioni di New York. Proprio la doppia anima di Ercolano, fatta di due città, ovvero quella sepolta nel 79 d.C. dalle ceneri vesuviane e conservata negli Scavi e nella Villa dei Papiri accanto a quella moderna di città che vive la sua quotidianità, è quanto catturò a detta della scrittrice in meglio la sua attenzione.

Senza svelare altro, lasciamo alla curiosità del lettore questa appassionante panoramica attorno al Vesuvio di oggi. Non una cartolina con scopi turistici, ne’ un panegirico di quanto ci sia di bello da vedere, pur se vari sono i tratti positivi raccontati dalla penna di M.P. Ottieri come controfigura delle nefandezze spesso celate dalla montagna che si staglia con più forme a seconda dei punti d’osservazione.

Buona lettura!!!

 

 

 

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